Ero a Napoli quando è morto Maradona e ho visto la città piangere tutta insieme

A Napoli, quando è morto Maradona, la tristezza era tangibile e di tutti (come di tutti è sempre stato D10S).

Non ho mai seguito il calcio e gli unici ricordi “calcistici” che ho sono le interminabili discussioni al pranzo della domenica tra un padre convinto interista e un nonno juventino fino alla fine. Una cosa sul calcio e la città di Napoli però l’ho capita subito, quando per la prima volta ci ho messo piede e prima ancora che la scegliessi come posto in cui vivere.

A Napoli quello che succede in campo non riesce fisicamente a rimanere in campo. Ora rimbalza da una finestra aperta all’altra a suon di improperi, ora è oggetto di scherno tra amici pro o contro Aurelio de Laurentis.
Sempre è una sorta di “messaggio fatico” per dar via alla conversazione: allora può accadere che la prima volta che metti piedi in città, il barista di Piazza Garibaldi che ti serve il tuo primo caffè napoletano, lo accompagni con un «signorì, e voi che ne pensate di quella lota di Higuaìn?!» (sì, avevo scelto come giorni per venire per la prima volta a Napoli proprio i giorni del trasferimento di Higuaìn alla Juve). Soprattutto, e non è uno stereotipo nonostante rischi di sembrarlo, il calcio a Napoli dà il polso dell’umore della città: lo capisci dalla mezze parole borbottate al risveglio tra portiere e condomini in ritardo per il lavoro se qualcosa la sera, sul campo, è andato storto.

Quando è morto Maradona, così, anche chi di calcio proprio non ne capisce niente, come me, una sorta di “spessa” tristezza riusciva a respirarla nell’aria.

Diego Armando Maradona
Un’immagine d’epoca di Maradona affissa sulle strade di Napoli. Foto: Francesco Bottino

La coda di striscioni e fumogeni davanti all’(ex) Stadio San Paolo, le corone di fiori deposte a favore di flash da campioni di ogni tempo davanti ai tanti altari pagani che la città erge da sempre al D10S del calcio sono state, in quei giorni, solo le dimostrazioni di dolore più teatrali di una città che teatrale – e teatrante – sa esserlo fin troppo bene.

striscioni stadio san paolo maradona
Alla morte di Maradona numerosi striscioni e bandiere dei tifosi sono comparsi davanti allo Stadio San Paolo (ora Stadio Maradona). Foto: Francesco Bottino

 

C’è chi a Napoli ha pianto quando è morto Maradona e chi ha raccontato storie “di famiglia”, per uno “di famiglia”

Quando è morto Maradona io ho visto soprattutto amici, i più insospettabili, commuoversi alle lacrime e farlo nel privato di una videochiamata sul gruppo WhatsApp del Fantacalcio o davanti a un bicchiere di vino a cena. Nessuno di loro mi ha risparmiato aneddoti su aneddoti: di vecchi VHS consumati a forza di vedere e rivedere le partite del Napoli di Maradona, di amici di amici che erano presenti quella volta in cui Maradona… Certo, la maggior parte delle volte, perché anagraficamente troppo piccoli per esserci stati davvero, ho avuto l’impressione che si trattasse di aneddoti “riciclati” da padri, nonni, cugini più grandi.

 

Proprio padri, zii, cugini, nonni – ma, anche, nonne travolgentemente scaramantiche o inguaribili tifose – riempiono un’ideale nuvola semantica del racconto che la città fa della morte di Maradona.

Mi sono convinta in quei giorni e per via delle storie mai uguali che ho sentito che, come per la ricetta della perfetta pasta e patate, ogni famiglia napoletana che si rispetti abbia un proprio personalissimo lessico familiare, una propria personalissima leggenda su Maradona da raccontare. Guai a imitarla, ma non a condividerla: perché che Maradona in città è di tutti – sì, anche del pastificio che all’indomani della morte si era già inventato la pasta di Maradona con tanto di gadget in edizione limitata in regalo con ogni pacco – è verità detta e ridetta, fino quasi a diventare anche questa uno stereotipo, e Maradona è di tutti tra l’altro come di tutti sono Pino Daniele, Massimo Troisi, Faccia Gialla (come affettuosamente i napoletani chiamano San Gennaro).

 

Una parte di me non stentava a convincersi, insomma, quando è morto Maradona che le mezze parole, gli sguardi sommessi che si sono già detti tutto, gli occhi lucidi al solo provare a raccontare cosa si stesse facendo nel momento esatto in cui sono arrivate le tre fatidiche parole fossero la dimostrazione più tangibile di cosa si intende dire davvero quando si dice che Napoli è una città che se piange o ride, piange e ride tutta insieme (che è poi, forse, il fascino che esercita anche per chi è abituato a un certo pudore delle emozioni).

Una parte, la parte preponderante, di me invece continuava a non a capire. Che c’entrava un argentino con Napoli? Davvero uno scudetto vinto bastava a erigerlo nell’olimpo cittadino? Addirittura quel considerarlo una divinità, poi! Forse, devo ammetterlo, c’entra che l’immagine che ho di Maradona difficilmente riesce – forse anche per ragioni anagrafiche – ad affrancarsi delle sue più note vicende umane. Non capivo e continuavo imperterrita a dirlo a chi provava a spiegarmi il suo amore, l’amore della città di Napoli per Maradona.

fiori murales di maradona
Omaggi floreali dei Napoletani davanti al murale di Maradona, nei Quartieri Spagnoli. Foto: Francesco Bottino

Per capire la tristezza di Napoli per la morte di Maradona bisogna capire una città che se si diverte o piange lo fa solo tutta insieme

Non capivo e ho fatto l’unica cosa che so fare quando non capisco: ho provato a imparare. Ho lasciato che mi spiegassero con pazienza e devozione di dettagli il contesto non solo calcistico, ma anche socio-economico di quei primi anni Ottanta in cui avvenne il fortunato acquisto di Ferlaino.

Ho visto innumerevoli spezzoni di interviste, invidiando al Maradona bambino l’ingenuità semplice di chi ha come più grande sogno quello di «jugar el Mundial»  e al Maradona campione ormai verso il viale del tramonto la nonchalance necessaria ad ammettere finalmente che, sì, a segnare forse il più controverso goal della storia del calcio fu effettivamente «la mano de Dios» .

Ora so riconoscere (quasi) una rabona e posso raccontare anch’io – a proposito di storie collettive – di che ci facesse Maradona su un campetto di parrocchia pieno di fango ad Acerra. Ho scoperto che esiste una nutrita sociologia di Maradona.

 

In una domenica mattina festiva, tra l’odore del ragù, ho visto persone di ogni età recarsi in pellegrinaggio al murales di Maradona ai Quartieri Spagnoli e farlo composti, rispettosi del dolore proprio e consapevoli che era anche lo stesso, identico dolore degli altri.

Ho chiesto di essere accompagnata allo spiazzo esterno dello Stadio San Paolo, che nel frattempo il folkore della città aveva trasformato in un museo all’aria aperta di gadget dei tempi d’oro di Maradona.

stadio Diego Armando Maradona
Un tifoso davanti all’ex Stadio San Paolo trasformato, nei giorni della morte di Maradona, in una sorta di museo a cielo aperto in ricordo del Pibe de Oro. Foto: Francesco Bottino

Ho visto accendere ceri e raccogliersi in preghiera. Forse non ho ancora davvero capito, ma ho dato la mano a chi cercava di riaccendere ogni singolo cero che nel frattempo il vento di una giornata di fine novembre insolitamente fredda stava spegnendo e per un attimo ho sentito di farne parte anch’io di una città che ancora si diverte a vedere le immagini di Maradona in campo e sa divertirsi solo se si diverte tutta insieme, così come sa piangere e farlo tutta insieme.

Altare Maradona quartieri spagnoli
Oggi i napoletani hanno trasformato lo slargo sotto il murale di Maradona nei Quartieri Spagnoli in un cenotafio, un monumento funebre in onore del campione. Fonte: Francesco Bottino

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