La storia di Alfonso, in viaggio per il mondo per regalare magliette del Napoli ai bambini

Alfonso è un tifoso sfegatato del Napoli e durante i suoi viaggi in giro per il mondo regala una maglietta del Napoli ai bambini che incontra.

Alfonso è un ragazzo napoletano che si è trasferito a Barcellona 8 anni fa, dove lavora come tecnico informatico. Una delle sue più grandi passioni è, come spesso accade per tanti ragazzi, il calcio e più nello specifico il Napoli. Il suo amore per la squadra partenopea – iniziato quando aveva 4 anni grazie ad un pallone che gli era stato regalato – e la voglia di viaggiare e di scoprire il mondo, l’ha portato a mettere su una iniziativa molto curiosa: regalare una maglietta del Napoli (o, meglio, magliette col simbolo della squadra) ai bambini che incontra durante i suoi viaggi.

L’iniziativa di Alfonso non fa parte di nessuna campagna di comunicazione del Napoli, né tanto meno lui stesso ha legami con la società sportiva, ma semplicemente è un modo per – citandolo – diffondere il verbo“, cioè trasmettere nel mondo l’amore verso questa squadra.

Per documentare i suoi viaggi ha attivato un account Instagram, @1926_nel_mondo, dove è possibile vedere le foto con i bambini che indossano le maglie del Napoli che regala.

1926 nel mondo Alfonso Maglietta del Napoli
Profilo Instagram di @1926_nel_mondo

Abbiamo contattato Alfonso via Skype per farci raccontare come è nata questa idea, se è frutto di un profondo legame con la sua città natale e in cosa consiste.

Come è nata l’idea di regalare magliette del Napoli ai bambini che incontri durante i tuoi viaggi?

«L’idea è nata per caso, perché trovandomi in viaggio mi capitava sempre di incontrare ragazzi che avevano magliette di svariate squadre di calcio. Ovviamente nessuno aveva quelle del Napoli e quindi mi dispiaceva un po’, e dopo aver regalato un paio di magliette e di pantaloncini miei, per evitare di trovarmi ogni volta senza magliette, ho deciso di stamparle e di partire quindi già munito, in modo da distribuirle in giro.»

Pur vivendo in Catalogna da molti anni, oltre ad essere innamorato del Napoli, è rimasto in te un legame importante con la tua città di origine…

«Napoli non è una città normale. Napoli è un qualcosa che ti cambia, che ti forma, sono sicuro del fatto che se sono come sono oggi lo devo al fatto che sono nato a Napoli. Probabilmente se fossi nato a Berlino, in Svizzera o in altri posti del mondo non sarebbe stato uguale.

È una cosa che fa parte di me, quindi non c’è modo di cambiarla o di affievolirla o di eliminarla dalla mia vita: è assolutamente impossibile. Ho il Golfo di Napoli tatuato su una gamba e l’anno di fondazione della squadra [1926] sul polso; per me essere napoletano è uguale al mio chiamarmi Alfonso, oltretutto sono orgogliosissimo e mi sento fortunato ad essere nato a Napoli  perché secondo me non è una città banale, non è una città comune.

Anzi quando mi chiedono di Napoli i miei colleghi o le persone che incontro dico sempre: se ti  dicessi che è la città più bella del mondo tu diresti “eh, vabbè, perché sei di là!” e quindi rispondo sempre che è una città unica al mondo perché alla fine una città come Napoli non lo trovi da nessuna parte. Ho girato un bel po’, continuo a girare perché mi piace viaggiare, e quello che trovi è un po’ di Napoli in ogni città, però una città come Napoli penso che sia difficile da immaginare pure, perché è molto particolare, ha molti aspetti contraddittori. Siamo secondo me fortissimi, nel bene e nel male, facciamo le cose fatte bene, sia nel bene che nel male.»

Un giorno tornerai a vivere a Napoli?

«Ci penso spesso ma ti dico che al momento, sinceramente, non mi fa piacere tornare ad avere a che fare con i personaggi che ci sono e [questo discorso] non riguarda solo Napoli ma tutta l’Italia, soprattutto con la piega che ha preso ultimamente la nazione, e oltretutto l’Italia è un paese che non ti riesce a dare a mio avviso la stessa qualità di vita che riesci ad avere altrove, perché sappiamo come funzionano le cose. Qui mi posso permettere le cose che a Napoli o in Italia non mi potrei permettere. Ci sono tante piccole cose che ti rendono la vita un tantino più leggera e meno stressante. Poi, certo, mi auguro di poter tornare a casa mia un giorno e poter vivere tranquillamente come faccio qua a Barcellona: sarebbe un sogno!»

Hai viaggiato molto: quali sono i paesi che hai visitato?

«Allora, sono stato in Colombia, a New York e a Cuba, mentre nel sud-est asiatico sono stato in Cina, in Thailandia, in Indonesia, in Malesia, nelle Filippine, a Singapore e a fine agosto andrò in Cambogia. Sono stato anche in Europa, ma fondamentalmente quando mi muovo in Europa non regalo maglie e non lo faccio per una semplice ragione: le mie magliette le regalo in genere a bambini che si trovano in situazioni un po’ più complicate e alla fine in Europa situazioni così gravi non ce ne sono, o, almeno, non è una cosa così diffusa come nel sud-est asiatico o in Sud America.»

L’elemento che accomuna i tuoi viaggi sembra essere, salvo alcune eccezioni, la povertà delle popolazioni o di un parte di quei Paesi: è casuale o è una scelta ragionata? 

«È una scelta perché mi emoziona molto di più stare in realtà del genere, a contatto con persone del genere, che andare a vedere una città che può sembrare una città europea, perché non mi affascina molto la parte capitalista del mondo

Maglietta del Napoli
Alfonso e la squadra di calcio a Bogotà

C’è un aneddoto che ricordi con particolare piacere?

«Uno degli aneddoti al quale sono più affezionato è quando prima di andare in Colombia stavo cercando se lì c’era qualche Napoli Club, perché viaggiando sempre a settembre capita che ci sono un paio di partite del Napoli da vedere e quindi mi stavo informando su dove poterle vedere. Cercando su Google vieni fuori questa squadra di calcio che si chiama Societad Fútbol Club Napoli: ho visto la loro pagina Facebook e c’erano tutti i bambini con le magliette azzurre. Allora li ho contattati per sapere perché si chiamavano “Napoli” e l’allenatore mi ha risposto che loro avevano deciso di chiamare così la squadra perché vedevano il Napoli come un obiettivo da raggiungere e vedevano Napoli e il Napoli come una serie di valori secondo i quali volevano far crescere i loro bambini.

Ho  quasi pianto quando l’ho letta e quindi ho detto: “devo venire lì a trovarvi assolutamente!“. Loro si trovano nella periferia di Bogotà e, non essendo una bella zona, organizzano questi allenamenti per togliere i bambini dalla strada. Prima di partire, oltre alle solite magliettine che porto, ho racimolato un po’ di cose mie e sono andato a comprare una maglietta originale del calcio Napoli per omaggiare questa squadra. E, quindi, mi sono presentato sul campo una domenica mattina aspettando che finisse l’allenamento. Poi gli allenatori hanno fatto sedere tutti i bambini e mi hanno presentato.

Maglietta del Napoli
L’incontro con la squadra di calcio di Bogotà

Sono arrivato con addosso la felpa del Napoli, il mio zainetto del Napoli e una busta ufficiale del calcio Napoli piena di roba. Quindi quando mi hanno visto arrivare pensavano che in qualche modo facessi parte della squadra e c’erano due bambini che parlavano tra di loro e uno ha detto all’altro: “mi ricordo soltanto di Hamsik e di Callejon, questo non so chi è“. Erano convinti che giocassi nel Napoli e infatti dopo si sono fatti anche autografare le magliette e mi hanno regalato lo loro divisa. Sono impazziti quando gli ho regalato la maglietta ufficiale, è stata veramente una bellissima mattinata e se non era per la squadra del Napoli che in qualche modo ci unisce non sarebbe mai successo.

Finito l’incontro, i bambini stavano andando via sui pullman ma ad un certo punto si avvicina una signora anziana e mi chiede di farmi una foto con quello che credo fosse suo nipote ed io ovviamente ho accettato volentieri. Ci mettiamo vicini, ci facciamo la foto, quando praticamente tutti gli altri bambini, vedendo che facevo la foto con questo ragazzino, sono scesi tutti dal pullman. Erano circa un centinaio di bambini».

Maglietta del Napoli
Alfonso con Josè, un bambino di Uribia in Colombia

Ma qual è il motivo che ti spinge a regalare queste maglie?

«Questa idea è più uno sfizio mio che un qualcosa di serio. Lo faccio per me, lo faccio perché ogni volta che regalo la maglietta a un bambino dietro c’è sempre un momento divertente, c’è sempre la partita di pallone, c’è sempre un attimo di condivisione e credo che la condivisione sia un fatto meraviglioso. E, soprattutto, andare in certi posti, in certe realtà, e riuscire con una magliettina di cotone a ricevere in cambio un sorriso o un momento di felicità di un bambino è una cosa fantastica e quindi penso che continuerò a farlo. È una cosa che faccio per me, che mi fa stare bene, mi fa contento e fa contenti un po’ anche i bambini. Pensa che il papà di un bambino che vive in Malesia mi scrive su Facebook, mi manda le foto di questo bambino che non leva mai questa maglietta, l’ha praticamente distrutta perché se la mette quasi tutti i giorni e non se la vuole togliere e non posso che essere felice.
Quindi il senso di questa cosa che faccio sta nel regalare felicità e soprattutto a loro ma anche a me, perché mi fanno felice come un bambino».

Uno scambio equo…

«Esattamente, una maglietta per un sorriso».

guarda il video su framezone.it

 

 

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