Immigrazione, accoglienza, inclusione: intervista ad Antonio Casale, del Centro Fernandes

Abbiamo intervistato Antonio Casale, direttore del Centro Fernandes di Castel Volturno, per parlare della gestione di questo, di accoglienza e inclusione.

L’immigrazione è un fenomeno che ha origini lontane ed oggi nel nostro Paese è un tema controverso, decisamente di attualità, sotto i riflettori di media e politica e che per diversi motivi divide l’opinione pubblica. Gli immigrati, una volta sbarcati in Italia, seguono una serie di trasferimenti fino ad arrivare in uno dei tanti centri di accoglienza del Paese.

Ci sono, però, strutture che non si occupano dell’accoglienza in senso stretto ma svolgono un ruolo di supporto all’integrazione degli immigrati con il territorio in cui arrivano. Uno di questi è il Centro Fernandes, che si trova a Castel Volturno, in provincia di Caserta e vicino al litorale che si affaccia sul Golfo di Gaeta. Si tratta di una struttura che svolge un ruolo chiave per l’integrazione degli immigrati in un territorio in cui, oltre alla mancanza di lavoro, la presenza della criminalità organizzata è una piaga per tutti coloro che ci vivono.

🔎 Per approfondire leggi →  Immigrazione a Castel Volturno: il racconto di un centro di accoglienza

Del Centro Fernandes abbiamo intervistato il suo direttore, Antonio Casale, per conoscere quali sono i motivi che spingono le persone ad abbandonare il proprio Paese di origine e quali difficoltà incontrano una volta arrivate a Castel Volturno.

Centro Fernandes
Antonio Casale – Direttore Centro Ferndandes

Chi sono le persone che arrivano al centro Fernandes e da quali paesi provengono? 

«Le nazionalità sono varie, ma la maggioranza sono Africa subsahariana, quindi Ghana, Nigeria, Costa d’Avorio. Poi dipende anche molto dai periodi, un po’ dagli andamenti anche dei flussi (migratori), quindi c’è stato un periodo di molti liberiani, oppure un altro periodo di maliani.»

Come arrivano qui e quali sono le ragioni che li portano ad abbandonare la propria nazione?

«La maggior parte di quelli che storicamente affluiscono a questo centro sono migranti economici, cioè persone che hanno lasciato il loro paese in cerca di lavoro. Ultimamente c’è questo incremento di rifugiati politici, però sappiamo bene che molti di questi non solo scappano da guerre o da situazioni conclamate, ma comunque da difficoltà ambientali e sempre economiche.»

Tra gli immigrati che arrivano al centro Fernandes ci sono anche minori?

«Nello scenario italiano sappiamo che ci sono molti ingressi di minori, però qui, nel nostro caso specifico, non siamo un centro attrezzato per l’accoglienza dei minori. Per cui da noi normalmente affluiscono solo adulti,  giovanissimi, ma di maggiore età. Quando c’è capitato di avere qualche richiesta da parte di persone, ma sempre quasi maggiorenni, di sedici o diciassette anni, li abbiamo giustamente indirizzati presso i servizi sociali, perché regolarizzassero la loro posizione.»

Quali sono le principali difficoltà che incontrano queste persone in termini di integrazione sociale ed economica in Italia?

Ragazzi immigrati del Centro Ferndandes che giocano a calcio
Ragazzi immigrati del Centro Ferndandes che giocano a calcio

«L’esperienza di Castel Volturno sul piano dell’integrazione è molto particolare, perché Castel Volturno, praticamente, è diventata un’enclave africana in Italia, nel senso che vi è una popolazione di circa 10 mila (qualcuno dice 15 mila) africani su una popolazione di 20-25 mila, che vivono in questi quartieri molto separati dalla popolazione locale, per cui l’integrazione è difficilissima, per certi versi impossibile, sia per le condizioni abitative separate, sia per la mancanza di lavoro qui sul territorio, sia per il numero.

Quindi su questo bisogna lavorare tantissimo e noi infatti abbiamo predisposto alcuni servizi per l’appunto basati sull’integrazione, a partire dalla scuola di lingua italiana, che è proprio una necessità impellente come il pane perché molti di quelli che vivono a Castel Volturno non hanno nessuna occasione di imparare l’italiano, se non quando vengono a scuola (usciti da qui, infatti, ritornano tra i loro connazionali e non hanno nessun contatto con la popolazione italiana).
E ci sono poi altre attività, diciamo di incontro, anche sportive, per cercare di fare in modo di allargare le loro possibilità di scambio, anche se è molto difficile.

In Italia oggi la situazione sì è un po’ più complicata dal punto di vista della dell’accettazione sociale. Per quanto ci sia una buona predisposizione della gente, ad accogliere, a condividere – noi italiani siamo un popolo abbastanza disponibile–, il problema è quello del lavoro. Ci sono alcune zone d’Italia in cui il lavoro è facile da trovare, soprattutto a condizioni di legalità, ma nella gran parte del Sud, invece, si trova lavoro spesso in condizioni di sfruttamento e di illegalità.

La difficoltà di trovare un lavoro legale è una delle principali difficoltà degli immigrati

Se vero che è importante portare soldi a casa e lo è anche spedirne al proprio paese, per tante necessità il rapporto di lavoro regolare è fondamentale ai fini del rinnovo del permesso di soggiorno, delle prestazioni sanitarie, della residenza, per cui molti lavorano ma non possono sistemare i loro documenti.
La legislazione italiana è molto rigida su questo: se il tuo lavoro non è regolarizzato non c’è nessun modo di regolarizzarti, per cui chi si trova in una situazione di irregolarità è condannato a restarci o ritornare a casa, e quindi si creano, qui sul territorio, anche delle situazioni paradossali per cui ci sono persone (immigrate) con figli che vanno a scuola ma che non sono regolari giuridicamente anche dopo tanti anni.»

Qual è la storia del centro Fernandes?

Centro Fernandes
Ingresso Centro Fernandes

«La storia è molto significativa perché questo si chiama centro Fernandes in omaggio alla famiglia di Napoli che ha donato lo stabile alla Caritas. Prima di diventare centro accoglienza era una casa destinata al soggiorno estivo dei minori dell’Opera di Don Guanella, quindi la casa nasce come opera sociale di una famiglia privata data ai padri guanelliani come opera sociale.

Poi, però, verso la fine degli anni Ottanta, questa necessità per i minori non c’era più e la casa restò per un po’ deserta e quindi fu, in qualche modo, non proprio occupata ma data, generosamente, ai primi migranti che venivano su quest’area. Non esistendo una gestione vera e propria, questo divenne un ghetto, per cui a Castel Volturno questa casa, che allora la chiamavano “Il Don Guanella”, veniva additata come “il ghetto dei neri”, diventando un simbolo di degrado (difatti ne vivevano 400-500 senza servizi igienici).

Perciò, a gran voce, la popolazione e l’amministrazione ne invocavano la chiusura, e in quel momento la Caritas fece un’opera di mediazione, dicendo che andava bene la chiusura purché poi si trasformasse in un’opera di accoglienza. Quindi, nei primi anni Novanta, la casa fu sgombrata dalla polizia, non senza qualche difficoltà, ma poi fu ristrutturata grazie alla Caritas e alla donazione da parte della famiglia e si creò questo Centro di accoglienza.
Non fu facile e nella mente della popolazione è rimasta sempre l’idea di un posto di degrado, di accumulo di persone senza regole, e abbiamo dovuto faticare molto negli anni a smontare questo pregiudizio: nonostante – come tutti possono vedere – sia una struttura idonea, molto attrezzata, dove si fa un’accoglienza seria, nella mente di molte persone resta sempre quello stereotipo.

La sfida nostra resta sempre la stessa, dire che l’accoglienza si può fare, è un valore, e senza l’accoglienza tutti gli altri problemi non si possono risolvere, diventano solo grida inutili, mentre bisogna, prima di tutto, garantire accoglienza in senso pieno, cioè non solo far dormire e dar mangiare, ma offrire servizi, Solo così si può affrontare e governare il fenomeno

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