Viaggio nel cuore del buddismo a Napoli: il tempio di Frullone e l’Istituto Lama Tzong Khapa

Abbiamo visitato due luoghi nevralgici per il buddismo a Napoli e abbiamo scoperto una dimensione di "comunità" inaspettata.

Ha quello che è stato definito il vihara, ossia il tempio buddista, più grande d’Europa e uno dei primi centri qualificati per la pratica delle discipline buddiste di tutto sud Italia: anche Napoli, così, sembra riflettere come un frattale il – recente, ma non troppo – successo del buddismo in Italia e, con ogni probabilità, le ragioni sono da ricercare nelle «energie, il potenziale spirituale che ha questa città», ci dice convinto Sergio Marra, responsabile dell’Istituto Lama Tzong Khapa.

Dalai Lama foto Istituto
Immagine del Dalai Lama, la guida spirituale del Buddismo.

Buddismo come buona pratica, per tutti, a Napoli

La struttura, all’interno di un palazzo settecentesco in pieno centro, accoglie ogni giorno decine di persone: «soprattutto cristiani», continua Sergio, forse richiamati qui da una spiritualità diversa, come quella buddista appunto. Quando si parla di buddismo in Italia, del resto, non si può non far riferimento a una certa dimensione laica, ateista quasi, e a guardare il fitto programma delle attività del centro (unica sede territoriale dell’omonimo Istituto Lama Tzong Khapa di Pomaia, in Toscana) una percezione come questa è ancora più forte: yoga, Tai Chi, un cineforum – ovviamente ispirato ai principi del Dharma, gli insegnamenti del Buddha – e tanti momenti conviviali.

gompa buddismo
Gompa, la sala principale dove si pratica la meditazione.

 

Tutto dà l’impressione che, più di fronte a una religione, ci si trovi di fronte a una serie di buone pratiche quotidiane e per il quotidiano. Anche racconti come quelli di Diego e Francesco, che oltre a praticare buddismo a Napoli si occupano da volontari della comunicazione dell’Istituto, vanno in questa direzione. La meditazione ad esempio ha un ruolo centrale nel buddismo: passando dalla respirazione ci si «ricentra, si fa esercizio per la mente e tutto ciò permette di attraversare la realtà con un’altra prospettiva, con un’altra visione».

Da una pratica collettiva a risorsa per la comunità: il buddismo a Napoli

buddismo
Un libro di preghiere buddiste.

Messo in questi termini, il buddismo potrebbe apparire una pratica solipsistica, a cui ci si potrebbe dedicare – e in effetti la maggior parte dei buddisti italiani lo fa anche – in solitaria, a ogni ritaglio di tempo possibile. Se per pratica si intende però quella collettiva, guidata – sotto lo sguardo simbolico del Dalai Lama e degli altri maestri buddisti le cui foto affollano una mensola della sala comune del Lama Tzong Khapa come versioni orientaleggianti di santini e simulacri nostrani –, anche questa è essenziale per un vero buddista e contro il rischio che «l’insegnamento diventi semplicemente un esercizio intellettuale», precisa ancora Sergio.

🔎 Per approfondire leggi →  Diventare buddisti: ecco di cosa abbiamo parlato con Sergio Marra

La storia del buddismo a Napoli, del resto, è da sempre una storia comunitaria. Ci se ne accorge più facilmente varcando le soglie del tempio a Frullone: inaugurato nel 2015, oggi è un punto di riferimento senza eguali per la nutrita comunità srilankese del territorio ma, quando nacque, era soprattutto il luogo di culto tanto agognato per un gruppo di praticanti che, fino ad allora, si era riunito in luoghi di fortuna.
Quando lo si visita all’interno, e soprattutto se si ha la fortuna di farlo accompagnati da uno dei monaci buddisti a cui è affidata la gestione del tempio, si nota subito un reliquiario a forma di campana e in ottone, arrivato nel tempio di Napoli direttamente dallo Sri Lanka, e che conterrebbe una piccola reliquia di Buddha datata oltre tremila anni fa: è oggetto di venerazione, come ne esistono di propri e diversi in ogni comunità religiosa o spirituale.
Ancora una volta, però, sono soprattutto gli spazi del tempio e la vita al suo interno a suggerire la dimensione collettiva della spiritualità buddista: ci sono cerimonie, momenti di meditazione ufficiali, vere e proprie lezioni dedicate a discipline e insegnamenti indispensabili per chi voglia raggiungere uno stato di buddità e incontri con le famiglie del territorio, ancora una volta che siano praticanti buddisti o di altre religioni poco importa.

Rappresentazione di Buddha, all’interno del Tempio Buddista di Napoli.

Non è solo l’imperativo della compassione, dell’amorevole gentilezza a far sì che un tempio, un istituto buddista accolga tutti, indipendentemente dal credo e dalla religione di battesimo. All’Istituto Lama Tzong Khapa ci ricordano come sia stato lo stesso Dalai Lama a raccomandare ai cattolici di restare cattolici: «la religione ha molto a che fare con la cultura locale, portarla altrove spesso significa correre il rischio di farla diventare folkolre o pratica esoterica», ci continua a spiegare Sergio Marra. In cosa può riuscire, allora, il buddismo a Napoli e, più in generale, in Italia e in Occidente? Come scienza della mente, concorda chi già da tempo vi si sia avvicinato: non a caso c’è chi – in America e in qualche parte dell’Europa – utilizza pratiche che hanno una qualche derivazione dal buddismo, come la mindfulness, nelle scuole per aiutare i piccoli a raggiungere una maggiore consapevolezza di se stessi e delle proprie emozioni e prestare maggiore attenzione allo studio e a qualsiasi altra attività, anche le più quotidiane, in cui sono impegnati. 

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