Simone Luce, in viaggio per l’Europa per dire no al razzismo

Da Santa Lucia di Serino (in Irpinia) all'Albania in bicicletta: il viaggio di Simone Luce per dire no al razzismo con il progetto "A chi appartieni tour".

Come potrebbe un ragazzo, da solo, far sentire la propria voce contro il razzismo? Probabilmente ci sarebbero molti e diversi modi, ma, se si pensasse a quali, non verrebbe affatto in mente il modo che ha scelto Simone Luce, ovvero pedalare per più di 2000 chilometri.

Simone è partito dal paese nel quale vive, Santa Lucia di Serino, in provincia di Avellino, per arrivare, con la propria bicicletta fino in Albania. Un viaggio che è durato 23 giorni e durante il quale ha attraversato 5 diversi Paesi europei, per manifestare simbolicamente contro i pregiudizi e tutte le forme di razzismo.

Le domande che ci sono sorte, sentendo o leggendo di lui attraverso vari media, sono state molte e, allora, abbiamo deciso di incontrarlo, nel suo paese e con la sua bicicletta, per conoscere meglio la sua storia.

Perché Simone Luce ha scelto come meta proprio l’Albania?

Simone è partito per questo suo viaggio in bicicletta a giugno 2019 e ha attraversato l’Italia da sud a nord per passare poi in Croazia, Bosnia e Montenegro, fino ad arrivare in Albania. Ma come mai è stata propria questa la meta del viaggio? [

Percorso viaggio Simone Luce A chi appartieni Tour
Tragitto del viaggio di Simone Luce per raggiungere l’Albania

Come ci ha spiegato, l’idea di raggiungere l’Albania non è nata per caso. È stata una scelta ragionata, in quanto negli anni Novanta i flussi di immigrazione in Campania sono molto cambiati rispetto al passato e sono migrati in Irpinia tantissimi albanesi, visti spesso di cattivo occhio. Con gli anni, però, probabilmente i pregiudizi non sono molto cambiati.

«Riscontro che ancora oggi persone di quella nazionalità (albanesi) vengono viste come persone a noi lontane o magari un po’ pericolose, cosa che in realtà non è assolutamente vera», ci dice Simone.

Ecco quindi spiegato il motivo di questa scelta: arrivare da irpino in Albania come segno di fratellanza e vicinanza e per dire che i pregiudizi non appartengono mai a tutti e rafforzare questo messaggio con un gesto simbolico. Simone ha infatti raccolto in ogni sua tappa un po’ di terreno e al suo ritorno lo ha utilizzato per piantare una piantina di ulivo nel comune di Santa Lucia di Serino. Come ha scritto nel copy del suo post su Facebook del video del momento in cui l’ulivo è stato piantato:

«Unire la terra di 6 differenti Paesi è simbolicamente un gesto per abbattere le barriere della diversità che nel corso degli anni si sono create nel mondo.»

Com’è nata l’idea di questo progetto-viaggio in biciletta?

Simone è un social media manager ed è proprio stando online che è andata in lui nascendo l’idea di questo viaggio-progetto che ha chiamato “A chi appartieni tour”. L’idea di questo progetto si è insinuata in Simone soprattutto (ma non solo) stando sui social – cosa che, come ci ha detto, non è per lui solo lavoro ma anche piacere –, dalle notizie e dai post nei quali ha riscontrato atteggiamenti e opinioni razziste, anche relativi o conseguenti alla delicata situazione politica italiana, e dalla negatività verso gli immigrati che è stata alimentata (talvolta innescata) proprio nel corso dell’ultimo governo, tanto online quanto offline.

Perché in bicicletta? Uno sportivo o appassionato di ciclismo?

Una delle foto condivise da Simone Luce sul suo profilo Facebook durante il suo viaggio.

Chiariti i motivi di questo viaggio e la scelta della meta, i più di 2000 kilometri percorsi in bicicletta non possono non farci domandare come mai Simone abbia scelto proprio questo mezzo di trasporto e se sia uno sportivo.

Con lo sport ha sicuramente un buon rapporto e ne pratica diversi, specie all’aria aperta, però ci ha detto che non si definirebbe uno sportivo accanito. «Non è che avessi una grande preparazione fisica prima del viaggio: con la bici non avevo mai fatto più di qualche chilometro come uscita fuori casa, come passeggiatina, prima di questo viaggio», ci ha raccontato Simone.

«Credo che questo sia anche un ulteriore messaggio che si può leggere all’interno di questo progetto: una sorta di dimostrazione che se c’è un’idea forte ben radicata e ti metti in testa di raggiungere un obiettivo, puoi raggiungerlo anche se non hai una grande preparazione. Diciamo che è proprio con la tanta determinazione che ho sopperito alla mancanza di preparazione fisica.»

Allenare la mente per raggiungere la meta

Simone Luce in uno scatto con la sua bicicletta
Simone Luce in uno scatto con la sua bicicletta

Non è la prima volta che Simone Luce affronta un viaggio da solo, ma è la prima volta che lo fa in bicicletta e per lanciare un messaggio agli altri e non soltanto per dedicare del tempo a se stesso. Ingrediente essenziale per riuscire in questa sua sfida è stato, come appunto ci ha detto, la determinazione. È infatti necessaria una certa preparazione mentale per trascorrere tanti giorni da soli, affrontando, al contempo, una certa fatica fisica. «Solitamente, prima dei miei viaggi in solitaria svolgo una sorta di preparazione mentale – ci ha raccontato –. Cerco di stare da solo, nella mia stanza, e immagino i possibili pericoli che possono sopraggiungere in un viaggio da solo. In questo viaggio ho cercato di fare una preparazione mentale sui pericoli che avrei potuto incontrare stando in bici tutto il giorno e tutto il tempo in strada, in modo tale da poter essere più pronto durante il viaggio».

Affrontare così tanti chilometri in bicicletta per chi non è neppure allenato non è certo impresa semplice ed è per questo che Simone si è preparato a tutto. Ha immaginato quali potessero essere i pericoli maggiori e si è fatto aiutare da un amico appassionato di bici e di ciclismo (Leopoldo De Falco) per farsi trovare pronto per ogni evenienza (ad esempio per come risolvere eventuali problemi meccanici) ma, fortunatamente, «è andato tutto liscio, senza alcun tipo di problema»: non è servito ricorrere alla polizza Bici2Go della quale era stato omaggiato prima della partenza e anche il meteo è stato clemente (qualche giornata molto calda, ma nulla di insuperabile, e niente pioggia).

L’importanza dell’ospitalità

bicicletta simone luce a chi appartieni tour
Una delle foto condivise da Simone Luce sul suo profilo Facebook durante il suo viaggio: la bicicletta con cui ha viaggiato.

Tra le cose per le quali Simone Luce si è preparato prima della partenza non poteva non esserci anche il percorso da fare, ovviamente. Ha anche contattato alcune persone per fare tappa lungo il tragitto e riposare e ha portato con sé uno smartphone da usare solo come navigatore – un altro invece lo ha utilizzato per condividere un po’ di foto durante il viaggio e tenersi in contatto con le persone care – e leggere le tracce delle mappe.

Quando Simone è arrivato nei diversi luoghi è stato un po’ lui lo “straniero” di turno e gli abbiamo chiesto se questo gli è pesato, se le persone che ha incontrato erano un po’ prevenute o se, invece, è stato semplice trovare ospitalità a ogni fine tappa che si era prefissato. «Per le tappe italiane mi sono organizzato gli ultimi 15 giorni prima della partenza. È stato quindi un qualcosa fatto all’ultimo minuto, ma, nonostante fossero pochi i giorni di preavviso, ho comunque trovato tanto supporto.»

Nei luoghi in cui non aveva già preso accordi per riposare, invece, Simone ci ha detto che è stato altrettanto semplice trovare ospitalità. «Le persone che mi vedevano arrivare con la mia bici, carica di borse e con una bandierina italiana attaccata nella parte di dietro, mi chiedevano cosa stessi facendo e quando parlavo del progetto ricevevo davvero tanta solidarietà. Erano le persone stesse che si adoperavano affinché ricevessi l’ospitalità adeguata. Ho visto tanta solidarietà ed è stato qualcosa di unico: l’ho riscontrata anche su me stesso e direttamente, secondo dopo secondo.»

Il viaggio di Simone: un viaggio di incontri speciali

Simone Luce nel suo viaggio verso l'Albania
Una delle foto condivise da Simone Luce sul suo profilo facebook durante il suo viaggio.

Simone ci ha raccontato qualche aneddoto per testimoniare la solidarietà ricevuta. Riportiamo le parole che ha usato per raccontarcene uno: «una sera, arrivato in un posto che era il fine tappa, ho dovuto spartirmi tra due persone che si erano offerte di ospitarmi e, quindi, ho dovuto fare due cene!». Un’altra sera invece è stato ospitato da un uomo che, non avendo due letti in casa, gli ha lasciato il proprio pur di ospitarlo e ha dormito sul divano, cosa di cui Simone è venuto a conoscenza solo dopo, perché continuava a ripetergli che aveva un altro letto.

Anche lungo la strada, comunque, Simone ha fatto diversi incontri speciali. «Uno dei racconti che più di tutti mi piace ricordare è un incontro con Stefano una persona di circa 50 anni che era partito anche lui per un viaggio in bici. Lui, molto più esperto di me in questa tipologia di viaggi, affrontava il mio stesso percorso con la differenza che ha anche un problema al braccio sinistro e ricordo che lui pedalava costantemente utilizzando un unico braccio. Sicuramente non è solo il braccio che spinge la bici, perché ovviamente si utilizzano molto di più le gambe, però tenere l’equilibrio per tante ore su una bici con un unico braccio è sicuramente un qualcosa di molto complesso. E, quindi, è stato sicuramente un incontro che anche interiormente mi ha fatto riflettere molto. Anche in questo caso la parola chiave è determinazione, la determinazione delle persone che, anche se con qualche problemino, possono avventurarsi, non rinunciare a qualcosa che avevano o volevano fare anche prima.»

Di determinazione anche Simone ne ha avuta tanta, per voler riuscire a tutti i costi in questa sua piccola impresa, e quando gli abbiamo chiesto se durante il percorso ci fosse mai stato un momento durante il quale avesse pensato che la fatica fisica fosse eccessiva, al di sopra delle le sue possibilità, ci ha risposto dicendo che gli capitava di pensare ogni tanto di non farcela ma, ha aggiunto:

«mi sono un po’ affidato al cuore grande delle persone che ho incontrato per strada».

Dopo qualche momento di riflessione ha continuato raccontandoci di un’unica volta in cui l’abbattimento è stato maggiore e pensava proprio di non farcela.

«Durante una delle mie tappe – era solo il secondo giorno –, dopo tanti chilometri di salita su una vetta di una montagna, ero sicuramente molto affaticato, molto stanco, e forse lì c’è stato un momento di difficoltà. Ho avuto però la fortuna di trovare una persona che si è trovata a passare: Fabio. Non dimenticherò mai questa persona. Questo ragazzo mi ha visto, ero seduto a terra, mi stavo riposando ed ero comunque affaticato, e stavo proprio pensando che forse non riuscivo a terminare la tappa nell’orario prestabilito e probabilmente mi saltava l’incontro con la persona che mi aspettava a fine tappa.
Ero su questa strada da un’oretta e mezza, vicino a una pianta per proteggermi dal sole, e non passava nessuno, erano passate solo tre auto che andavano in direzione opposta alla mia e allora ho pensato: “deve solo passare una persona per arrivare in orario e devo avere la fortuna che mi dia una mano e che abbia le barre sopra l’auto per tenere la bici”. E, allora, è passato questo ragazzo che aveva una macchina, una vecchia station wagon, e quindi la bici l’abbiamo caricata proprio dentro. Ed è stata una fortuna perché non passava nessuno e se avesse avuto anche solo un’altra persona in macchina non avrebbe potuto prendere me
».

“A chi appartieni tour”: il progetto di Simone per dire no al razzismo e che apparteniamo al mondo

La preparazione prima della partenza, l’ospitalità ai fine tappa, la tanta solidarietà ricevuta e tutto il supporto che i suoi familiari, la sua fidanzata e i suoi amici più cari gli hanno dato anche a distanza in ogni momento hanno fatto sì che Simone non avesse momenti di scoraggiamento troppo forti durante il suo viaggio, che non pensasse mai che quello forse non era il modo migliore per far sentire la propria voce. Di lui hanno parlato diversi blog e giornali, specie locali dei posti nei quali è arrivato e della sua terra d’origine, e in tanti hanno condiviso sui social foto e pensieri con e per Simone, sostenendo il suo progetto e amplificando il suo messaggio. A confermare che “A chi appartieni tour” è stato un progetto apprezzato e capace di arrivare al cuore e alla mente di tante persone c’è anche la premiazione arrivata in occasione della prima edizione degli “Irpiniawards“.

Insomma, Simone con serenità e determinazione è riuscito a far sentire la sua voce forte e chiara, veicolando un messaggio importante e trasportando il suo viaggio sui social quel tanto che è bastato per sfruttare al meglio la potenza amplificativa di questi media.

Simone Luce A chi appartieni tour Irpinia
Una delle foto condivise da Simone Luce sul suo profilo facebook con il cartellone che ha portato durante il viaggio.

Tornando alla domanda che ci siamo posti all’inizio, quindi, la risposta è semplice dopo aver tanto parlato con Simone: si può dire no al razzismo (#noracism) anche senza urlare, senza usare toni accesi; si può dire no al razzismo con una “protesta pacifica”, anche con un gesto silenzioso, distinguendosi dal frastuono che tanto normale risulta oggi, per arrivare nel cuore delle persone più a fondo che non usando mille rumorose parole. Proprio come ha fatto Simone.

Per lui questo viaggio-progetto è stato «un tuffo nell’umanità più vera» e chi lo incontra e chiacchiera con lui di questa iniziativa per qualche minuto capisce subito il senso di questa sua definizione. Chi incontra Simone, infatti, sa bene che la luce non la porta solo nel cognome, ma ben evidente negli occhi, che raccontano dei suoi incontri e dei suoi progetti anche più di quanto non abbiano fatto e non facciano le sue parole, comunicando il suo più profondo “senso di appartenenza”. Quando – riprendendo anche il nome che Simone ha dato al progetto – gli abbiamo fatto la domanda che ogni irpino da bambino si è probabilmente sentito fare da qualche adulto, ovvero “A chi appartieni?”, la sua risposta è stata:

«Io appartengo al mondo. Nonostante in me sia ben radicato il legame con la mia terra, credo però che facciamo parte tutti di un qualcosa di un po’ più grande che non sempre deve limitarsi solo al contesto in cui si vive. Quindi, e appunto, la mia risposta è che appartengo al mondo, a qualcosa di più grande prima, e poi appartengo anche all’Irpinia.»

guarda il video

 

 

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