Come racconteremo il periodo del coronavirus? Ci rispondono Francesca e Manuela

In una chiacchierata a distanza con Francesca e Manuela abbiamo provato a comprendere come racconteremo il periodo del coronavirus a figli e nipoti.

Manuela e Francesca sono due cugine, entrambe molto solari e positive, che vivono in posti diversi dell’Italia: Manuela vive ad Anzio con i suoi genitori e Francesca a Bergamo con il marito Massimo e la loro piccola bimba, Alice. Le abbiamo contattate per una chiacchierata via Skype, per farci raccontare alcune cose durante il periodo di isolamento da coronavirus. Inoltre, abbiamo voluto parlare con loro di come racconteremo il periodo del coronavirus a quelli che in questo momento sono solo dei bambini – e non ne avranno un ricordo o comunque non lo avranno in modo nitido –, oppure a chi nascerà in futuro.

Le sensazioni di Manuela e Francesca sulla situazione di isolamento attuale

Manuela e Francesca durante la nostra intervista
Manuela e Francesca durante la nostra intervista

Anche con Manuela e Francesca abbiamo voluto iniziare dal farci raccontare come stanno affrontando questo periodo di isolamento.
Lo abbiamo domandato in modo particolare a Francesca, poiché a Bergamo, dove vive, il numero dei contagiati è molto alto già da diverse settimane. «La situazione a Bergamo non è sicuramente delle migliori – ci racconta –. Tutte le famiglie, o almeno quelle nelle nostre cerchie di amici, hanno avuto almeno una persona ricoverata, quindi l’ansia è un po’ alta.» E aggiunge  che nella città comunque c’è molto controllo da parte dei vigili e molto senso di responsabilità da parte dei cittadini, che avvertono in modo forte il problema, con molta paura per se stessi e per i propri cari, e rispettano il più possibile le direttive.

«Da questo periodo io ho imparato a non dare tante cose per scontato.»

È quanto ci dice ancora Francesca, aggiungendo che nel palazzo nel quale lei e la sua famiglia vivono ci sono pochi inquilini che prima di questa situazione si limitavano a un saluto, mentre in questo periodo cercano comunque di aiutarsi a vicenda, come se ci fosse stata una riscoperta dell’umanità, della socialità, della solidarietà.

Manuela Vela, è una curatrice di mostre d'arte
Manuela Vela, è un’operatrice culturale

Anche Manuela è della stessa opinione: «stiamo imparando ad apprezzare – ci dice –, a dare valore a tutte le cose che ci circondano: è un periodo che non ci può lasciare indifferenti e ci segnerà per sempre».  Sottolinea, inoltre, come dagli altri si percepisca «sicuramente molto nervosismo, ma anche la speranza di superare il più presto possibile questa situazione».
Manuela aggiunge anche come in questo periodo sia necessario trasformarsi e trasformare le proprie attività, trovare nuove idee, non farsi fermare o ostacolare eccessivamente dalla sensazione di non avere più solidi punti di riferimento e di non poter seguire i programmi che ci si era prestabili. È quanto ha fatto lei stessa con l’associazione di cui fa parte, Amistadelab – Art & Culture, la cui attività consisteva solitamente nell’organizzare iniziative sul territorio, che ora sono state (anche se in piccola parte) ripensate per l’online: «dovevamo iniziare con tutta una serie di attività, laboratori ed eventi, invece ci siamo dovuti inventare un programma ex novo e stiamo cercando di portare avanti anche alcune cose sui social, nonostante sia molto difficile […] quello che possiamo fare ora è informare i cittadini, dare consigli utili sul periodo, anche fare un filtraggio delle informazioni».

Come racconteremo il periodo del coronavirus in futuro?

Quando la piccola Alice crescerà e chiederà a sua mamma Francesca com’era questo periodo, cosa le racconterà?

«Non glielo racconterò come un periodo… brutto – ci risponde Francesca –, nel senso che, sì, le racconterò che

Francesca Vela, è un’infermiera e lavora all’ospedale San Carlo Borromeo di Milano.

c’è stato un periodo dove siamo rimasti in casa ecc., però cercherò di farglielo vedere anche in un modo diverso […]  le farò notare che è vero che fuori c’era questo virus però noi ne abbiamo approfittato magari per scoprire qualcosa di noi, che abbiamo trovato delle alternative… Non voglio parlarle di tutti i morti […] logicamente crescendo poi le spiegherò nel dettaglio, ma per i primi tempi le racconterò solo quello che di buono ha portato nella nostra vita.»

Manuela non ha figli, ma abbiamo chiesto anche a lei come racconterà di questo periodo a un nipote o una nipote in futuro e, dopo averci riflettuto per un po’, ci risponde che questa è sicuramente «la scheggia che ti fa rivoluzionare la vita da un momento all’altro però è anche quella cosa che ti sta in qualche modo ponendo davanti tutte le falde e le difficoltà che ci sono in vari settori della nostra società».

Sia dalla risposta di Francesca che da quella di Manuela, quindi, risulta evidente che racconteranno il periodo del coronavirus per quello che è, una pandemia, un’emergenza sanitaria, ma anche una tragica situazione che ci mette di fronte ai nostri limiti e a quelli della società nella quale viviamo. Come sottolinea Manuela c’è una sola cosa che possiamo chiederci in questo momento e ciò che dovremmo raccontare in futuro dovrebbe essere anche il modo in cui risponderemo a questa domanda:

«cosa possiamo fare per ripartire? diamoci da fare!».

 

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